RECENSIONI ED INTERVISTE:


Botero
Carol Rama
Dal ferro all'oro
Enrico Colombotto Rosso

Eresie Erotiche
Lo specchio e il sogno
Il Bosco Magico
Il Giardino d'oro
Magica Luna
Plenilunio d'autunno
Rodolfo Valentino
Tra le ali dell'Angelo



BOTERO

Botero, pittore e scultore colombiano dalla inconfondibile cifra, si presenta come un qualsiasi cittadino del mondo, fiero della propria arte, ma altrettanto curioso di venire a conoscenza di novità, di quel nuovo che possa in qualche modo ampliare gli spazi interiori così densi di cultura ancestrale.
Definisce la sua grafia “grandiosa, fabulosa, formidabile”, tracciando aggettivi e firma su un foglio bianco con un tratto forte, fluido e legando le lettere una all’altra, segni tipici di chi è capace di perseguire lo stesso obbiettivo senza lasciarsi abbattere dalla avversità che incontra chiunque decida che l’arte è il suo cammino.

Ricordi della sua infanzia?
Sono nato nell’aprile del 1932 a Medellin, un paese di montagna della valle di Aburra, un piccolo centro dove tutti si conoscevano e dove la preoccupazione principale dei miei genitori era quella della sopravvivenza: mio padre era venditore ambulante per cui restava lontano tutta la giornata, mia madre si occupava di noi non certo con l’intenzione di darci un’educazione artistica, ma con una sensibilità unica nell’aiutarci ad esprimere ciò che avevamo nel cuore. Quando mio padre morì per un infarto nel 1936 la situazione diventò davvero difficile, ma sono stati proprio gli anni della mia infanzia e della mia adolescenza a improntare la mia arte. Dipingo, come tutti, ciò che conosco meglio, ciò che è entrato a far parte della mia storia più intima di quegli anni e che hanno formato le radici del mio mondo creativo anche se non vi è una sola delle mie opere che possa definirsi autobiografica.

L’incontro con l’arte.
Sui banchi si scuola, attraverso ciò che leggevo degli artisti raffigurati sul retro delle copertine, ho iniziato ad apprezzare le opere di maestri come Tiziano, Raffaello e le loro vite descritte in poche righe. Poi tra i 13 e i 14 anni ho iniziato a dipingere ad acquerello, manifestando una inclinazione artistica del tutto anomala nella mia famiglia. Ricordo la prima opera venduta, il disegno di un toro, animale che mi ha sempre affascinato, le poche monete nella mia mano, la corsa verso casa per mostrare a mia madre il successo e la delusione cocente di aver perso il denaro durante il tragitto. La vera e propria professione è iniziata stabilmente a 18 anni, guadagnandomi da vivere come illustratore del quotidiano locale “El Colombiano”.

Emozione della prima mostra.
A diciannove anni, nel 1951, ho realizzato la mia prima mostra personale a Bogotà. Intellettuali e critici apprezzarono moltissimo le mie opere e si lanciarono i pronostici favorevolissimi nei miei confronti, tanto è che l’anno seguente partecipando ad un concorso vinsi il premio nazionale di pittura in competizione con i maggiori artisti dell’epoca: a ventanni fu una sferzata di grande entusiasmo. Certo non è stato sempre così, però il grande amore per l’arte e la ferrea disciplina mi hanno portato qui, attraverso successi e insuccessi che sono la realtà di qualsiasi artista.

Legame con la sua terra
Essere nato nella terra latinoamericana è stato un dono, una vera fortuna per me, perché il legame con l’arte precolombiana è un nucleo forte e particolarmente fertile nelle mie opere. I miti che agiscono ancora a livello inconscio donano quel fascino, quella poesia che emerge immediatamente davanti ad un’opera d’arte. Non c’è nulla di raccontato esaurientemente in una terra così esotica e potente.

In che modo è cambiata la sua pittura nel tempo?
In superficie, ma non sulla struttura portante dell’opera in sé. Come deve essere un dipinto per poter essere definito opera d’arte non è cambiato e non cambierà mai. Giotto è rimasto Giotto, Botticelli Botticelli, Caravaggio Caravaggio: si riconoscono i grandi proprio per questo loro modo di dipingere gli stessi soggetti ognuno con la propria visione, la propria pennellata, i propri spazi, le proprie miscele di colore. Questo per l’arte antica: il tempo darà il giudizio sull’arte moderna, su Picasso e sui cambiamenti di scuola o tendenza di chi ha seguito tale impronta.

Come sono nati i suoi personaggi?
Sono sempre stati tipologicamente simili: anche nei primi acquerelli hanno questi volumi così imponenti, ma è stato durante il mio viaggio a Firenze e la visione delle opere di Masaccio, Giotto, Piero della Francesca attraverso la lettura di Berenson a dare una spiegazione della mia tendenza, la mia precisa volontà di mettere a fuoco il volume nella pittura. Forma e colore sono alle base delle mie opere: mi sento libero di creare le mie composizioni in base ad un concetto di equilibrio totalmente mio. Non mi sento vincolato ad un giudizio esterno. L’opera deve parlare a me. Mi interessa dichiarare le mie idee, il mio mondo e dipingendo questi personaggi cerco di dare loro la possibilità di esprimere la calma dell’interiorità in contrapposizione alla realtà esterna che solo la pittura può trasfigurare.

A quale caratteristica della sua arte attribuisce il suo successo?
Il successo è arrivato lentamente, non immediato, ma costruito poco alla volta da tanti episodi avvenuti nell’arco della mia vita. Nel 1969 la retrospettiva in cinque musei tedeschi è stato un momento di grande rilievo, come anche l’esposizione di sculture monumentali a Parigi, nei Champs Elysées. Lì il pubblico ha imparato a vedere quanto io abbia portato l’idea del volume alla sua massima espressione in un periodo in cui avrebbe dovuto secondo degli addetti ai lavori essere bidimensionale: ne XX secolo il volume era stato dimenticato. La mia arte proprio per questa sua caratteristica mi ha allontanato da tutti gli altri artisti contemporanei e di questo sono fiero.

Colleghi italiani con cui ha un rapporto particolare?
Lei vede dalle immagini Ezio Gribaudo nella mia casa in Lunigiana: ci frequentiamo da moltissimi anni e abbiamo una felice corrispondenza di intenti, vivendo l’arte come libertà di pensiero.      

 

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CAROL RAMA
Che cosa succede quando l’anima decide di vivere una vita terrena e compone un bagaglio cromosomico davvero eccezionale? È semplice: trova una vita così irta di ostacoli da essere costretta ad attingere alle proprie qualità e forza più profonde per potersi esprimere appieno.
Corpo, spirito e anima di Olga Carolina Rama hanno realizzato il progetto.
Una gioventù tormentata: eppure separazione dei genitori, tracollo finanziario familiare, suicidio del padre, visite ricoverata alla madre in ospedale psichiatrico, vere e proprie difficoltà economiche sono stati solo stimoli “per non mollare mai”.

Il primo contatto con l’Arte?

“Andavo da una mia vicina di casa, figlia del pittore Vercelli mentre lei dipingeva e ridipingeva Madonne col Bambino, immagini di Giotto, Raffaello, Michelangelo. Lì ho sentito il bisogno di esprimere la mia realtà, quella che premeva dentro di me, seguendo il mio istinto, la mia visione”.
Di realtà non vi è dubbio si tratti: dai primi acquerelli, oli, incisioni datati 1936 agli ultimi disegni firmati nel 2004 la pulsione non si è affievolita, anzi, rischia di stupire ancora con il suo saper anticipare correnti e mode – come già in precedenza con la Bad Painting o il Post Human – avanguardia delle avanguardie degli ultimi sessanta anni.

E’ nell’uso di materiali non convenzionali come il rossetto da labbra o la vernice delle unghie materni per dipingere una tela (non il proprio corpo come milioni di noi hanno fatto) che si può cogliere l’assonanza viscerale dell’artista con la sua arte.

Mai rimpianto un marito, la maternità?

“Mai, le mie opere sono i miei figli” e, si può dire, figli che rispecchiano in tutto e per tutto la madre, come sottolinea Edoardo Sanguineti nel catalogo alla mostra “Carlo Rama. Luogo e Segni” del 1979.
Sanguineti, Pavese, Calvino, Mollino, Mila, Andy Warhol, Buñuel, Orson Welles, Man Ray, artisti e intellettuali di grande spicco, ma prima di tutti quel Felice Casorati vede in lei la genialità e la consiglia, senza interferire nello stile o nelle scelte: Carol è infatti autodidatta, totalmente libera, guidata unicamente dal suo istinto al quale non mai rinuncia, per nulla al mondo, ancora oggi.

Risale al 1942 la sua prima mostra, al 1948 la sua prima presenza alla Biennale di Venezia, al 1943 la sua prima e unica mostra chiusa dal regime per “oscenità”: una censura che si ripete all’infinito fino a poco fa. Troppo scandalo infatti nelle immagini erotiche di Appassionata o Dorina, troppi organi genitali intenti a masturbazioni varie, troppe lingue infuocate, troppe viscide anguille nelle vagine per poter far parte della “Torino che conta”. Ma soprattutto troppa intelligenza e troppo linguaggio crudo in una città dove “per essere accolta devi avere un cognome, appartenere a una famiglia riconosciuta da loro”.

Nell’aderire al MAC, Movimento Arte Concreta nato a Milano nel 1948 e con seguaci anche a Torino, Carol cerca di “guarire” da quel eccesso di libertà spesso rimproverato: ma non è del riordino nel proprio lavoro che – contrario a quello che pensa – necessita.
All’inizio degli anni Sessanta adotta infatti un nuovo stile, informale e materico, pur sempre mediato dall’interesse per il corpo e gli aspetti organici.

Bricollage di occhi finti, unghie, denti, cannule vaginali, siringhe su tele diventano il suo canto alla vita, metabolizzano la sua rabbia, nascondono la sua timidezza, la sua insicurezza, la sua fragilità.
Appaiono poi nel 1970 “le gomme”, camere d’aria di pneumatici di biciclette, opere avvicinabili a quelle dei concettual-poveristi dai quali però è “sempre rifuggita, salvo poche eccezioni: i colleghi sono quelli che sanno come ferirti, perché sono più addentro alle cose, hanno quella cultura che io non ho“.

Di sofferenze Carol Rama ne ha patite e ne parisce ancora, in silenzio – o quasi – cercando di tutelare il bambino spontaneo che ha fatto da direttore d’orchestra tutta la vita, ma che rischia ancora di non accettare lo sprezzo di personaggiucoli dal cognome altisonante e l’anima opaca, drogata dall’ingordigia di denaro. Disprezza infatti l’avarizia e sorride alla lussuria. “Gli uomini sono sciocchi: credono di averti lì solo perché sono venuti nel tuo letto. Non sanno che il sesso è libertà, assenza di pruderie, sfrenatezza e passione. La loro prima frase dopo l’orgasmo? Come sono stato? Bravo, eh?”. Risposte da fare arrossire il più giovane e smaliziato ragazzino del Duemila.

Altri testa a testa di Carol degni di nota sono le Mucche pazze, i fantastici Birnam, i Buster Keaton che caratterizzano gli anni Ottanta e Novanta; e questi ultimi anni il riproporsi di nuove edizioni di temi già affrontati, quasi un samsara, una ruota che gira da cui staccarsi per diventare immortale.

Una creatività così prepotente non ha certo potuto restare imbrigliata a schemi o a scuole, ma pur dandole un dono così grande non ha consolidato in lei la misura della propria misura. “Non sono preparata, sono ignorante nel senso che ignoro” è un ritornello che si alterna al “Non sono bella, vorrei essere più affascinante” quasi il successo macroscopico non coronasse lo sconfinato charme che lei, con i suoi 88 anni in data 17 aprile 2007, i suoi quadri in bilico tra vita e oltre la vita, il suo personaggio pubblico, il suo atelier dalla pulizia quasi meticolosa, emanano a 360°.

Dissacratrice, forse (quando le hanno anticipato la consegna del Leone d’Oro alla Carriera ha tuonato “E dove me lo metto?”), ma delicatissima nel citare a memoria una poesia di Sandro Penna; struggente nel prendere tra le mani doloranti “E’ ovvio che dopo tutti questi anni ho male alle mani e al braccio, non in un’altra parte del corpo” lo scritto d’una quasi sconosciuta, con la quale può complimentarsi abbandonando la recita del personaggio nel riconoscere lo stesso amore per l’Arte e la Vita.      



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ENRICO COLOMBOTTO ROSSO


Il Male. Esercizi di pittura crudele.
Eterna è la lotta tra il Bene e il Male. Per scandagliare i meandri dell’inconscio attraverso una accurata indagine dove più l’inconscio si esprime, l’arte cioè, abbiamo chiesto a Enrico Colombotto Rosso, autore e collezionista di opere inquietanti, quale significato possa avere una esposizione di opere dedicate proprio al Male: dare una spiegazione non solo alla motivazione che spinge un artista ad affrontare una simile tematica, ma a riconoscere quanto il Male dipinto su una tela possa indurre un uomo ad agire nella realtà del quotidiano.

Torino, una città da sempre “raccontata” come sulfurea ha significato per lei, per le tematiche che affronta nelle sue opere?
“Non credo alle leggende di una città nera, in cui avvengano riti satanici più che in altri luoghi. La mostra su Il Male è stato un avvenimento molto importante perché si tratta di una occasione per poter avvicinare opere che illustrano un tema non alla portata di tutti. Per gettare fuori da sé i propri mostri ci vuole prima di tutto la volontà di entrare in quella zona del profondo non molto rassicurante e abbastanza dolorosa. Affrontare la propria ombra ha significato per me non solo dolore, ma ricerca in diversi campi filosofico culturali e analitici, in solitudine o in compagnia di fantasmi abbastanza crudeli dei quali non sono rimasto schiavo. Ci sono riuscito dandomi regole di lavoro severe, allontanandomi dalla città appena ho realizzato che per vivere l’arte bisogna isolarsi, essere liberi, senza legami o routine: non si può interrompere un flusso di energia creatrice per andare fuori a cena con amici o seguire un programma alla televisione”

Perché raffigurare mostri?

“Sono loro che appaiono quando mi pongo al lavoro. Non so mai che cosa esattamente apparirà sulla carta o sulla tela: è come se ci fosse una volontà più forte della mia che vuole esprimersi attraverso di me e mi costringe a disegnare o dipingere ciò che compare. È chiaro che ho studiato moltissimo per cui ho una notevole dimestichezza con chine, pennini, pennelli e colori. Credo che per gran parte dei creativi sia così: è come essere un medium di una realtà che vuole apparire e si serve degli strumenti che ha, gli artisti” 

Che cosa è la crudeltà?

“Tutti abbiamo un fondo di crudeltà che compensa la nostra dolcezza: l’uomo evoluto domina l’istinto, la voglia di fare del male, di sopraffare, ma non ne è esente. Per chi dipinge o scrive, la propria arte serve proprio ad esorcizzare il malessere che si aggira nell’inconscio, rendendo l’artista particolarmente sensibile. Dipingo ciò che non vivo e una volta realizzato fuori di me provo una sensazione di appagamento. L’arte è questo, anche se so che per molti colleghi vivere il proprio demone è diverso. Sono molti gli artisti in grado di produrre solo in stato alterato: droga, ma soprattutto alcool danno stimoli a cui è difficile sottrarsi una volta iniziato il percorso. C’è da dire che grandi bevitori nella storia dell’arte hanno prodotto dei veri capolavori: pensiamo a Caravaggio, a Bacon, possiamo condannarli? 

L’Ebbrezza di Noè di Bellini ne testimonia la connotazione negativa: cosa ne pensa?

“Povero Noè: aveva esagerato e subito è stato punito! Quanti problemi per un po’ di uva fermentata! Quanto male può davvero fare il divieto e il moralismo sull’uomo. Nell’ambito della pittura religiosa c’è da notare una strana coincidenza: diverse tele dove appare il Maligno sono state sfregiate, come se un devoto dalla particolare esigenza di purificazione, quasi un cavaliere del Bene, si sentisse in dovere di cancellare il Male attraverso la propria azione diretta sull’opera. Esiste un Antonello da Messina proveniente dal Museo Mandralisca di Cefalù sul quale nonostante il restauro si vedono ancora i segni della furia di un vero e proprio “duellante”: che ci si possa accanire contro un’opera d’arte per me è incredibile”

Come per la tela di Giacomo Grosso “Supremo convegno”?

“Sì, il vero e proprio scandalo fu quando, dopo essere stata esposta alla prima Biennale di Venezia nel 1895 e aver suscitato folli critiche e anatemi, andò bruciata durante la navigazione verso l’America. Si trattava della rappresentazione di cinque fanciulle nude sulla bara di Don Giovanni: un atto vandalico veramente ripugnante, incomprensibile di come abbia potuto accadere. Posseggo il bozzetto preparatorio, un vero capolavoro, perché è rappresentata in miniatura tutta la tela di otto metri, con i minimi particolari ”

Terrebbe in casa
La Medusa di Caravaggio o di Rubens?
“La Medusa è un simbolo straordinario, forte, imperioso e terribile: anche io non ho resistito al suo fascino e mi sono lasciato catturare in diverse tele, subito acquistate da miei collezionisti. Il serpente è la forza vitale, veleno e farmaco nello stesso tempo. No, non sarei capace di tenere in casa una simile tela: questa è arte che appartiene a tutti. Non si può pensare di possedere dei capolavori del genere e non condividerli con il resto del mondo. Amare l’arte significa dare a tutti la possibilità di conoscerla. Ho costruito già tre musei in Piemonte: la difficoltà più grande che incontro è quella di trovare chi abbia voglia di occuparsene, di seguire l’organizzazione, chi non voglia strumentalizzare per il proprio tornaconto quanto è messo a disposizione per il pubblico”


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IL BOSCO MAGICO

“E Yahweh Elohim fece germogliare dalla polvere della terra
(adamas) ogni specie di alberi, piacevoli di aspetto e buoni a mangiare e l’Albero della Vita in mezzo al giardino, e l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male” (Genesi II, 9) dove quel adamas è la stessa sostanza di cui è creato Adamo, l’uomo.
Non è strano quindi che l’uomo ispirato, posseduto dalle Muse, canti quel se stesso identificandosi nell’albero dalle robuste radici e aeree fronde: una metafora raccolta da Shakespeare nel Sogno di una notte di mezza estate o nella foresta se movente che insegue Lady Macbeth; un involucro protettivo in cui Perrault avvolge la sfortunata Biancaneve in fuga dalla matrigna, un inquietante paesaggio in cui i personaggi di Hieronimus Bosch si presentano nella loro umanità eternizzata.
Se abbiamo creduto, seguendo la tradizione cristiana, di essere stati cacciati proprio dal paradiso terrestre, luogo magico in cui non avremmo dovuto toccare solo “quel" frutto di “quel" albero, è chiaro che oggi più che mai è doveroso risvegliarci nel nostro giardino interiore, là dove ogni elemento è improntato dalle caratteristiche della nostra mappa DNA, unica e irrepetibile.
Il fico sotto il quale Buddha raggiunse l’illuminazione, simbolo di risveglio, il vischio dei Druidi, l’ontano dei Galli, il pesco della Cina taoista, il sicomoro egiziano della Dea Hator e l’erica custode della bara di Osiride, la quercia di Giove, la palma di Apollo, il mirto di Artemide, la vite di Dioniso, l’Haoma iraniano, il pino mitraico, la betulla shamanica e molti altri: tutti fratelli in quell’ipotetico bosco simbolico del potente albero sefirotico della tradizione ebraica, dall’infinita saggezza. Un dono di Raziel, l’angelo della conoscenza, impietosito davanti all’uomo cacciato dal paradiso: un sentiero per “ritornare a casa”.
Ecco dunque 114 boschi magici in cui i sensibilissimi partecipanti a questa mostra torinese hanno espresso il loro giardino interiore muovendo parole, immagini, colori, pietre preziose, ma soprattutto “calore” dal Giappone al più nascosto paese dell’entroterra siciliano.
L’esposizione al pubblico di opere davvero pregevoli e del tutto libere da costrizioni di appartenenza, mercato, modo di vivere, organizzazione politica e credenza religiosa degli autori ha il sapore di recupero delle radici - seppure individuali - comuni in un luogo dove le assonanze simpatetiche hanno amplificato vicendevolmente l’intensità del sostrato personale e unanime insieme.
Dopo MagicaLuna, dalla femminilissima impronta, il Bosco Magico vuole essere un virile canto alla espressione artistica entro un inconscio collettivo oltremodo bisognoso di luce, semplicità e amore incondizionato.


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MAGICA LUNA


La luna, una presenza inquietante che ruota intorno alla terra mostrando sempre un unica faccia, sebbene una delle sue caratteristiche principali sia proprio la mutevolezza. La luna, considerata la personificazione dell'energia sessuale, "essenza di desiderio sublima­to, fatta delle ossa di Kama, dio della lussuria, il cui corpo fu distrutto dallo sguardo di Sbiva". La luna, che secondo la Cabala, accoglie nel mondo visibile l'emanazione della nona sephirah - uno degli aspetti di Dio - "Jesòd" il Fondamento.
La luna, luogo di manifestazione delle forze coagulanti e materializzanti. La luna, alla quale per tradizione viene attribuito il simbolo dello specchio, la cui funzione è quella di riflettere l'immagine di ciò che appartiene al mondo tangibile della creazione. Perché dunque non guardare in alto nel cielo e non moltiplicare il gioco degli specchi avventurandosi nel campo dell'arte?

Da un'idea iniziale nata non per caso tra noi comitato promotore - Anna Antolisei, Irene Belloni, Antonio Miredi e Chicca Morone - durante una serata a Il Mondo delle Idee, il piccolo avvenimento/gioco, in cui polarizzare la creatività di amici poeti, artisti e gioiellieri, si è tramutato in una manifestazione sempre più ampia, varcando perfino i confini nazionali e coinvolgendo partecipanti sempre più entusiasti.

Dalle parole dei poeti a cui la Luna ha soffiato canti davvero considerevoli, il riflesso si è acceso con la stessa fecondità su tele, fogli, perspex, ferro, materiali diversi e infine sull'oro: una perfetta alchimia di creatività dove ha trovato accoglienza chiunque abbia chiesto di partecipare e abbia offerto in esposizione il proprio inno lunare.

L’idea di raccogliere le opere è venuta di conseguenza e immediata: questo volume vuole essere un luogo dove le nostre anime hanno confluito e dove desiderano incontrare quelle di quanti guardando lo stellato in una notte di plenilunio sentano pulsare la vita oltre la vita.
Ammirando il volto dell'immagine lunare specchiata vicendevolmente da poeti, artisti e gioiellieri, a nessuno di questi, per quanto coinvolto nel girotondo, è venuto in mente di por­re la fatidica domanda "Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più bravo del reame?"
Innanzitutto perché siamo in una repubblica.

In secondo luogo perché la molteplicità, varietà e intensità delle opere ha reso impossibile una graduatoria.

Inoltre perché lo spirito che ha animato l'evento ha esorcizzato qualsiasi forma di com­petitività: nessuna incomprensione ha velato la realizzazione di un progetto dalle mille sfaccettature nelle quali ognuno di noi ha potuto "specchiare" la propria creatività e disponibilità.

Magicaluna è il primo passo in un cammino molto speciale attraverso il quale portare in luce le immagini/archetipi rimaste troppo a lungo in ombra nel nostro inconscio, tanto da essere ignorate sovente nella loro potenza iniziatica nel nostro Mondo della realtà.      


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IL GIARDINO D'ORO

Fiori, farfalle, abitanti del bosco, soli, lune, stelle… un viaggio in un mondo incantato per ritrovare i sogni della nostra infanzia e indossarli come fossero talismani dalla potente energia evocatrice.
I gioielli di Gabriella Rivalta si riconoscono immediatamente per la loro unicità (sono miniature eseguite da pazienti pittrici) e recano il sigillo dell’appartenenza a un mondo fuori dal tempo, una dimensione nella quale bisogna saper entrare in punta di piedi, leggermente per non svegliare il drago che giace assopito nel nostro cuore: il desiderio di possedere tutti quei piccoli capolavori!
Ildegarda di Bingen era convinta che il diamante tenuto nel cavo orale di un mentitore o di un iracondo avesse influssi benefici ed eliminasse tali nocive  caratteristiche…. perché non credere che tenendo intorno al collo un ciondolo a forma di fiore non se ne possano cogliere le vibrazioni che caratterizzano colori e specie? D’altra parte chi ama le viole non tende a essere in empatia con l’umi le spiritualità che questa rappresenta? La carità cristiana non viene per tradizione simboleggiata dalla tenera rosa? Il giglio non evoca immediatamente la purezza?
La natura è ricca di significati che attendono di essere portati alla luce, vissuti: chi le si accosta con la dovuta semplicità, sapendo che in un filo d’erba c’è l’impronta del suo Creatore, non cadrà mai nell’errore di credere che questa sia al nostro servizio e avrà la giusta cura nel trarre insegnamenti e indicazioni che ci giungono dalla notte dei tempi.
Sarebbe ingenuo pensare che miti, fiabe e racconti non contengano una verità e che si tratti semplicemente di antiche sentenze riferite agli dei o a personaggi fantastici, alla loro somiglianza con l’umano.
Se sono nati per spiegare vecchie tradizioni, è anche vero che sono stati i poeti a restituirci questa parte della nostra storia che avrebbe potuto andar perduta: i poeti, che come medium hanno saputo e tuttora sanno lasciare le testimonianze di un mondo che va scomparendo.
Omero, può anche essere una figura immaginaria, creata per riunire fiumi di versi in due poemi epici, ma reale resta la testimonianza di un mondo nel quale dei e uomini comunicavano, in cui la connessione spirituale era diretta, in cui la Natura era viva e si esprimeva attraverso il simbolismo degli dei agli eroi e agli uomini.
Sibille e sacerdoti erano intermediari della volontà divina, la natura parlava attraverso di loro e dei loro rituali: i gioielli usati per tali cerimonie non a caso riprendevano le forme espresse in natura.
Sofocle, Euripide, Eschilo ci hanno presentato realtà molto lontane nel tempo, ma molto vicine psicologicamente, come se una comune radice umana fosse invariata, a similitudine della natura che ripete i suoi frutti sempre nello stesso modo e tempo.



TRA LE ALI DELL'ANGELO

Prefazione di Janus

Quattro donne, ma anche quattro leggende, quattro eroine, ma anche quattro silfidi, quattro maghe che vengono dall’antichità, ma anche quattro streghe dotate di poteri occulti, per metà sicuramente innocenti e per metà sicuramente colpevoli, un po’ angeli ed un po’ diavolesse, Cassandra, Saffo, Salomè, Margot, raccontate e rievocate da Chicca Morone, che in questa occasione riveste quasi il ruolo di profetessa o di sacerdotessa, ma soprattutto di scrittrice e di poetessa, di analista della psiche, di indagatrice delle loro torbide anime. I suoi quattro racconti-monologhi affondano le loro radici e la loro ispirazione nella storia e nel mito. Descrivono figure reali e immaginarie nello stesso tempo, poiché sono tutte eroine esistite principalmente nella nostra cultura e nella nostra memoria ancestrale, sono dolenti creature dalla mente androgina: nella loro femminilità si annidava il germe della mascolinità, sapevano certamente andare oltre il loro sesso, ma erano anche dotate d’una straordinaria cultura e d’un forte istinto. In questa drammatica e poetica versione fanno di nuovo il loro ingresso nella letteratura, dopo essere passate in precedenza attraverso un’infinità di altri libri e di altri racconti, in parte reali ed in parte fantastici, ed anche in molte rappresentazioni artistiche. La pittura si è occupata spesso di loro. Chicca Morone le ha nuovamente rielaborate ed evocate attraverso la poesia ed attraverso il calore dell’affetto, come se attraverso i loro nomi parlasse anche di se stessa. In passato sono state più volte scrutate fino nel fondo della loro anima dagli storici e dagli esegeti che hanno cercato di scoprire se erano buone o cattive, leali o perverse, sincere o bugiarde, ma le ragioni del disegno artistico che le ha riplasmate e descritte sono nettamente superiori: con molto coraggio e con un grande senso dell’intuizione Chicca Morone ha voluto di nuovo rivisitarle criticamente e psicologicamente in questi quattro racconti che ripercorrono le tappe fondamentali delle loro esperienze, ha fatto sentire le loro voci provenienti dall’abisso, si è interrogata sul loro mistero. Non sono soltanto racconti, sono anche uno studio analitico sulle loro vicende: questione d’una più moderna sensibilità di scrittura.

Nella finzione e nella realtà queste quattro eroine appaiono inscindibili, ma anche quando sono esistite realmente, e ne abbiamo sempre una prova concreta, o attraverso la letteratura o attraverso la storia o attraverso la mitologia, rimane un margine di inquietudine, sembrano appartenere ad una dimensione magica, avvertiamo che è avvenuta una sovrapposizione di motivi e di interpretazioni diverse sui loro nomi. Un poco il mito le ha deformate, come se ora fossero state viste attraverso uno specchio. Esistono e non esistono, appartengono ormai soprattutto ad una trasposizione favolistica, ma nello stesso tempo sono fatte di carne e di sangue, hanno amato, sono state travolte dalle loro passioni, sono finalmente approdate, dopo un lungo cammino, in questi quattro racconti-confessione di Chicca Morone con tutte le loro ferite, con i loro rimpianti, con la loro disperazione e con la loro fede. Le loro anime profonde  provengono dall’Aldilà, sono sorte un’altra volta dalle nebbie del tempo, ci fanno sentire nuovamente le loro voci, che sono quelle del ricordo, quelle della storia, naturalmente, ma anche quelle d’una moderna inquietudine che la letteratura non può certamente ignorare. Il pregio di questi racconti è proprio in questo riavvicinamento emotivo e cronologico alla nostra vita quotidiana, come se fossero eroine del nostro tempo. Chicca Morone le ha immerse di nuovo nella modernità, erano antiche ed ora sono di nuovo moderne, le ha collocate cioè nella psicologia della nostra epoca, che è forse più tormentata o più suscettibile di quella antica, o semplicemente più sottile, più contorta e più vulnerabile, direi allora che le ha sospinte quasi nelle abitudini del nostro tempo, le ha rivestite non più di tuniche o di broccati, ma d’abiti più semplici. Chicca Morone ha cioè voluto umanizzarle. Ha in un certo senso perfino voluto ricostruire i loro gesti, le loro movenze, le espressioni dei loro volti, tanto è vero che ha poi pensato di portarle sul palcoscenico, ma, una volta arrivate in questo spazio metafisico, a noi succede di fare un’altra scoperta: su un palcoscenico queste quattro donne ci sono sempre state, hanno sempre dato più o meno involontariamente spettacolo dei loro sentimenti e delle loro passioni, in forme differenti ed in epoche differenti, la loro vita è diventata presto pubblica, non potevano tacere, non potevano nascondersi, la loro voce doveva necessariamente attraversare il tempo per arrivare fino a noi. Che cosa volevano e che cosa pretendevano quando erano in vita?, quando profetizzavano inascoltate?, quando scrivevano poesie?, quando danzavano?, quando amavano e tramavano nello stesso tempo in un ambiente ostile? Volevano essere felici, naturalmente, ma volevano anche essere viste e riconosciute. Volevano essere ascoltate. Volevano infine lanciare un messaggio a quelli che le circondavano e sicuramente anche ai posteri ancora lontani, ma di cui sospettavano l’esistenza. Volevano lasciare un segno indelebile della loro anima, volevano turbare, poiché la vita sicuramente le aveva turbate e perfino tentate e torturate. Non avevano un’anima semplice e forse nemmeno un carattere facile. Erano certamente capaci di dolcezze e di languori ed anche di sensualità, ma non sfuggivano ad una certa asprezza che era anche quella del tempo in cui vivevano.

Chicca Morone le ha messe insieme come se si fossero sempre conosciute, come se fossero sorelle, come se nella diversità del loro destino e della loro personalità fossero assolutamente simili. Margot avrebbe potuto vivere nella terribile reggia degli Atridi, si sarebbe trovata benissimo anche nell’antica Grecia tra la Sfinge urlante e le danze delle Baccanti, oppure avrebbe potuto aggirarsi per le strade della città su un’automobile di lusso invece di farsi trasportare in una carrozza dorata. Cassandra, che conosceva molto bene il mondo e lo strazio dei sentimenti, avrebbe potuto benissimo frequentare la reggia di Erode e raccontargli le cose terribili che sarebbero accadute in futuro, oppure, se fosse vissuta nei nostri tempi, le avrebbe certamente fatto bene richiedere un consulto al professor Freud. Saffo, con la sua trepidante anima, leggera come quella d’una farfalla, avrebbe potuto intrecciare con Ronsard versi d’amore. Salomè, la ribelle, l’incostante, l’irridente, l’intollerante, la trasgressiva Salomè, si sarebbe trovata molto a suo agio nell’isola di Lesbo oppure avrebbe potuto anche calcare con grande successo i palcoscenici di Broadway, ed alla fine questo si è perfino avverato. Avrebbe infine potuto confondersi tra le Figlie dei Fiori della nostra epoca. Ci affascina questa inaspettata rassomiglianza e questa mescolanza delle loro vite, questo fremito che trasvola da un racconto all’altro di Chicca Morone, questa sincerità di scrittura messa in evidenza da una commossa e sapiente trascrizione interpretativa. Queste quattro donne parlano anche tra di loro, si confidano i loro segreti, provano sicuramente una grande simpatia l’una per l’altra, sono un po’ complici, formano ora in questo libro un’unica figura femminile, come se fossero diventate un grande drago rosso con quattro teste femminili.

Sapevano essere seducenti, certamente, e volevano sedurre, o con le loro parole o con le loro danze (anche Margot quando era giovane danzava benissimo) o con  i loro sentimenti o con la loro bellezza o con le loro passioni che sono sempre state un po’ eccessive. La letteratura sul loro conto è enorme, è stata in parte generosa, ma in qualche occasione ingiusta. Ne hanno parlato gli storici e gli scrittori ed i poeti. Cassandra è stata rievocata da Omero e da Virgilio, da Pindaro e da Eschilo e da molti altri. Saffo non ha lasciato solo le mirabili poesie che dopo migliaia di anni sono ancora capaci di commuoverci e di entusiasmarci, ma ha parlato anche attraverso la voce di altri poeti, attraverso i secoli, fino a Leopardi, che probabilmente si era anche identificato con Saffo. Salomè ha avuto l’onore d’essere rievocata dai libri sacri del Vangelo (che cosa poteva pretendere di più?). Margot è passata attraverso le forche caudine di libelli diffamatori, ma ha suscitato la curiosità di molti storici seri che sono penetrati perfino tra le pieghe del suo letto per comprendere veramente chi era questa regina bellissima e dolcissima, capace nello stesso tempo di crudeltà quando credeva d’essere minacciata dai suoi nemici, e fu perfino accusata d’aver tramato la morte dei suoi avversari (una pratica d’altronde molto diffusa in quell’epoca anche tra i re). Il personaggio è così ambiguo (ma anche le altre sue compagne lo sono) che ha perfino sentito la necessità di lasciarci in eredità un suo libro di Memorie che per quanto incomplete hanno cercato di ristabilire la verità, ma la verità è quasi impossibile conoscerla, non è l’intelligenza che può snidarla dai suoi recessi, e nemmeno i molti documenti storici, che possono essere lacunosi o reticenti, come spesso accade. La verità può essere conosciuta soltanto attraverso l’immaginazione ed i sentimenti ed è questo che ha fatto Chicca Morone scrivendo i suoi quattro racconti, incorniciati da una premessa e da un epilogo. In questi quattro ritratti così impetuosi – vorremmo chiamarli ritratti ovali alla maniera di Poe - è penetrata nell’anima di quelle quattro sfuggenti eroine, poiché le prove non bastano mai, non è sufficiente accumulare testi e documenti, o consultare archivi polverosi, ha costretto i loro cuori a parlare. Sono tutte ai confini tra la storia e la leggenda. Ci sfuggono mentre cerchiamo di afferrarle, sentiamo che sono creature misteriose e complesse, scherzano con  noi, un poco ci irridono. Ci amano e probabilmente ci odiano nello stesso tempo. I capelli color viola di Saffo ondeggiano davanti ai nostri occhi, e Alceo ha avuto la fortuna di vederli, neri dovrebbero essere quelli di Margot, possiamo solo immaginare quelli di Salomè, forse rossi, forse corvini, o quelli di Cassandra, che erano probabilmente biondi. Il colore dei capelli e degli occhi è molto importante. Ci consente di illuderci un poco, di vederle meglio, mentre le parole scorrono come miele dalle loro bocche. Hanno tutte una confessione da fare, ma non si stanno giustificando. È come se ormai anche loro avessero letto Proust o Freud, conoscessero a menadito anche le tragedie del nostro secolo, il Ventesimo non ancora del tutto defunto. Ce lo portiamo dietro di noi in catene, o forse siamo noi ad essere ancora incatenati dal secolo XX, e l’abbiamo portato nel nostro nuovo millennio, che sembra proseguire l’infelicità dell’altro che ci siamo appena lasciati alle spalle. Queste quattro eroine ora parlano attraverso le parole di Chicca Morone con un linguaggio moderno, potrebbero essere le protagoniste d’un dramma di Pirandello o di Beckett.

Come è potuto accadere tutto questo? Chicca Morone ha colto l’attimo fuggente, il senso ultimo delle cose, quel segreto che ogni anima racchiude. Attraverso la sensibilità della sua scrittura si è chinata amorevolmente e con un senso di pietà sulla loro sorte, ma esiste anche un altro fatto molto importante che ha evidentemente determinato le sue scelte, proprio quelle eroine e non altre: è stata anche catturata e stregata dalla dimensione che il Mito può assumere nella nostra coscienza. Ogni testo apre le porte sconosciute che dividono la consapevolezza dal nulla, da una parte la conoscenza, dall’altra la materia, nelle profondità il fiume nero dell’anina quando ancora non sapeva di esistere. Il Mito si è impossessato di noi con il suo volto crudele, enigmatico e seducente. Quando siamo precipitati nel Mito? In un tempo così lontano che non riusciamo più a ricordarlo. Il Mito ci ha straziati, ma ci ha fatto diventare grandi, ci ha fatto diventare maturi. Eravamo alle origini Belve, annidate nelle foreste, il Mito ci ha dato la nostra dimensione umana, ci ha folgorati, ma ci ha anche salvati, ci ha dato la vita, ci ha risvegliati, ci ha buttati nella polvere e nel fango, ma ci ha trascinati nella luce, anche se abbiamo fatto molta resistenza ed a lungo siamo stati barbari e selvaggi, antropofagi e sanguinari (il Mito può anche riservare spiacevoli sorprese). Siamo diventati gli schiavi del Mito, neanche lo sappiamo con sicurezza, poiché il Mito giace invisibile dentro di noi, ma nel sonno ritorna alla superficie, nella veglia convive con noi, si manifesta nei nostri gesti e nelle nostre azioni quotidiane, perfino quando mangiamo e quando facciamo l’amore, nel lavoro e nell’ozio, nella contemplazione e nella lettura, nella lotta e nella pace, ci costringe ad interpretarlo, e questo sforzo può essere molto doloroso, ma è necessario ed indispensabile, come a Chicca Morone è stato necessario, certamente, scrivere questi quattro racconti intorno alle vicende spirituali di quattro donne che si confessano. Non solo scrivere, ma rivivere e rappresentare Sappiamo in ogni momento che il Mito non ci abbandona mai e condiziona la nostre scelte, le nostre preferenze, le nostre letture, i nostri vizi. Cassandra, Saffo, Salomè, Margot ad un certo punto ci hanno chiamati attraverso queste pagine: bisognava rispondere, bisognava di nuovo riflettere sul passato, bisognava ripercorrere le loro stesse ardue strade. Chicca Morone ha dunque messo sulla carta, ha messo nel sangue le loro parole deliranti. Il Mito ci fa ancora sussultare quando lo riconosciamo nella Parola, ed anche tutte le volte che facciamo qualche cosa che non avevamo nemmeno previsto o sospettato solo pochi istanti prima. Non so se Chicca Morone abbia scelto quelle quattro eroine, tra moltissime altre, o sia stata scelta da loro: certamente hanno invaso la sua immaginazione e pensiamo anche la sua tranquillità. Non le hanno dato tregua. Sono loro che probabilmente hanno fatto il primo approccio, che hanno manifestato la loro volontà, che si sono insinuate nella sua psiche. Questo succede poiché ognuno di noi è Mito, noi siamo l’umanità sempre consapevole ed inconsapevole, responsabile ed irresponsabile delle voci che vengono dal tempo, siamo anche gli unici esseri sulla terra che hanno l’esatta ma crudele percezione d’essere nati nel Mito e per mezzo del Mito, d’essere usciti fuori dal Caos, che è l’altro nome del Mito, di cui sappiamo tutto (secondo gli scienziati) e nulla (secondo i filosofi), o almeno crediamo di sapere tutto, ma il nulla ci ossessiona. Mito e Caos sono la stessa cosa, hanno la stessa sostanza e naturalmente lo stesso destino di vita e di morte. Le Scritture sacre hanno avuto lo stesso sospetto quando hanno messo insieme Caos e Creazione, Mito e Creazione, il Divino ed il Demoniaco, il Mondo nato dal Caos ed il Mondo nato dal Verbo, una vicinanza che è senza dubbio sconvolgente. È in quel momento che il Mito si è formato. Non possiamo più farne a meno. Dobbiamo di tanto in tanto fermarci per riflettere un poco e ritrascriverlo attraverso la poesia o la storia. Così è avvenuto anche attraverso questi quattro racconti, come se quelle parole volessero un poco fermare il tempo.

Dio è la prima forma del Mito: ha introdotto il Verbo nel nostro destino, ma subito dopo è arrivata la Scrittura incisa sulle pietre e infine sulla carta perché quel momento fuggevole e remotissimo rimanesse imprigionato nella Parola, che non  solo è testimonianza letteraria, come nel caso di questi quattro racconti, è anche un patto di alleanza tra il divino e l’umano, tra il passato ed il presente. Gli scrittori da allora ne hanno approfittato molte volte. Noi discendiamo da quella terribile lacerazione che era il Caos diventato Mito, dal rombo delle acque e della materia che cozzavano tra di loro, dalle acque che sono diventate fuoco, dalle fiamme che sono diventate Cielo e Terra ed infine dall’ultimo pulviscolo pensante e gemente che è l’uomo con tutti i suoi terrori e tutte le sue aspirazioni. Vivere quotidianamente, scrivere quotidianamente, significa anche ripercorrere le strade dell’infinito (fino a quando l’infinito esisterà), significa calpestare di nuovo le pietre che hanno costituito le molteplici esperienze ed interpretazioni del Mito, che è lo scrigno di tutti i segreti della vita e che ha preso poi molti altri nomi: Leggenda, Poesia, Religione, Filosofia, Storia, Civiltà, Edipo con il suo funesto complesso, Elettra, che si avvinghia con tutta la sua coscienza, come un serpente, alla fedeltà, il Destino, qualche volta anche la Scienza ed infine l’ultimo nome, quello che potrà un giorno svelare i segreti della vita, la Coscienza, con tutti i suoi meandri e tutte le sue sfide. Significa immergersi nel ricordo, fare parlare quattro donne invisibili che si avvicinano un poco alla volta a noi.

È il Mito in definitiva che fa agitare e gemere e delirare queste quattro leggendarie eroine, e del Mito ha già parlato lungamente Chicca Morone non solo in questi quattro racconti (preceduti da un Prologo, L’Angelo, e da un Epilogo, Il Fato), ma, in precedenza, in altri suoi testi. È stato sempre il segno della sua scrittura, il motivo della sua scrittura e della sua ricerca letteraria. Ora, in modo particolare, racconta il destino di quattro donne che sono state tutte eccezionali nella loro vita: Cassandra, il Mito del Futuro invisibile ai confini del divino, il Mito dell’Interdizione, il Mito del Silenzio; Saffo, il Mito dell’amore universale, il Mito dello Strazio, il Mito della Nostalgia; Salomè, il Mito della seduzione, il Mito della Morte; Margot, che è forse la più complessa di tutti, poiché è più vicina a noi cronologicamente, il Mito della Perdizione e della Sconfitta (fu due volte regina e per due volte non divenne mai veramente regina). Che cosa dicono alla fine queste quattro donne così simili e così dissimili? Parlano tutte della Morte. Sono state condannate a morire, ad essere schiacciate dal loro destino avverso, anche quando sembrava fortunatissimo, fanno quattro discorsi intorno alla morte.
Cassandra è la voce inascoltata. Non può opporsi al destino di quelli che conosce e neppure al suo. È condannata, dopo una lunga peregrinazione, ad essere assassinata da Clitemnestra: “È vicina, è vicina la morte, ma infine ci libererà entrambi: lui [Agamennone] espierà il sacrificio di Ifigenia, sua figlia; io soffierò lontano l’ira funesta per la quale ho tanto odiato”, ma è anche tentata dal suicidio: “È tempo che io raggiunga la mia famiglia nell’Ade” e poi, quando giunge nelle tenebre dell’Orco: “È dunque questo l’Ade? Sono infine giunta nel regno dei morti?” .

La voce di Saffo a poco a poco è diventata un singhiozzo. Possediamo soltanto frammenti delle sue poesie, ma anche frammenti della sua vita. Alcuni poeti hanno perfino raccontato che è morta annegata tra i flutti del mare, inseguendo il suo innamorato, per altri è morta nella vecchiaia, ma che cosa importa? Non possiamo più contemplare il suo volto se non attraverso le sue poesie. La sua voce ci parla di amori perduti, ma anche Saffo è costantemente avvolta da un desiderio di morte: “Non voglio più soffrire, voglio morire per rinascere in un’altra terra dove altri frutti, altri fiori inondino di colori la mia vita”. Anche nell’attrazione della morte non può rinunciare alla dolcezza della sua poesia, vuole andare liberamente verso l’abisso che l’attende: “E danzando sul ciglio della rupe con un ultimo passo mi congedo da una vita vuota dove amore e morte non son che due boccioli di una stessa rosa”. 

Salomè, dopo la sua danza, che cosa è diventata? È stata uccisa, creatura mostruosa, come ha immaginato Oscar Wilde nella sua tragedia omonima e come ha ripetuto un celebre film muto del 1923 di Charles Bryant, schiacciata dagli scudi dei soldati? Le Sacre scritture non lo dicono. Dopo aver baciato la bocca del Battista la morte l’ha afferrata e trascinata nelle tenebre? Quelle labbra distillavano veleno? Nella sua scrittura poetica sembra suggerirlo Chicca Morone: “Ho posato le mie labbra sulle tue e ho assaggiato il fiele che ancor vi era rimasto”. Anche Salomè è in ogni caso attratta dal fascino della morte: “Gli occhi s’annebbiano… non vedo più… è buio, sono sola”. È già scesa nell’Ade. Non possiamo immaginare d’altronde una Salomè deforme o decrepita, ai nostri occhi sarà sempre giovanissima.
Margot, Marguerite de Valois, è l’unica eroina di cui potremmo citare l’esatta data di nascita e di morte, Margot è un’eroina tragica nella sua bellezza, alla fine anche Margot è stata sconfitta dalla vita: ha perso tutti i suoi fratelli, uno dopo l’altro, anche le lontane sorelle sono morte e l’hanno lasciata sola, è stata in esilio, ha perso la sua temibilissima madre, Caterina de’ Medici, che ha amato e dalla quale non è stata amata come voleva (la ragion di Stato non lo consentiva), ha perso infine il marito, o meglio l’ex marito, dal quale era stata costretta a divorziare, quell’Enrico IV, già re di Navarra e poi re di Francia, un po’ rozzo ed un po’ troppo impetuoso che forse ha perfino amato e forse no, ma anche questo ormai è al di fuori della storia. La verità è che Margot ha perso tutti quelli che ha amato. La sua voce, nel racconto di Chicca Morone, è dolorante, è la voce di chi si lamenta per tutto quello che non ha avuto, pur avendo avuto moltissimo, per tutto quello che ha perso, che è stato altrettanto enorme, infine perfino la sua eccezionale bellezza si è dissolta. Il suo matrimonio era stato funestato dalla tragica notte di San Bartolomeo, sono state nozze di sangue, dove con il marito ha perfino rischiato di perire: “E nell’orrore di quegli attimi, coperti di sangue, assordati dalle grida e lacerati dalla disperazione di non poterci opporre al Fato, abbiamo consumato le nostre nozze”. Anche Margot alla fine si è avviata verso la morte desiderata: “Ora comunque nel mio letto di morte… posso solo tentare di perdonare, di accettare il destino…”.

Queste quattro donne parlano dall’Aldilà, sono giunte ormai nell’enorme anfiteatro della morte, sono gli esempi d’una infelicità femminile che ha preso molti aspetti contraddittori: Margot ha dovuto confrontarsi con il mito della Grande Madre che veniva quasi dalla preistoria, Salomè con i suoi desideri perversi (si può uccidere solo per un bacio?), Saffo con gli amori che un poco alla volta le sfuggono dalle mani (adoperava la poesia per trattenerli). Cassandra, l’incompresa e l’inascoltata, forse per questo la più infelice di tutte, poiché morta giovanissima e schiava, per tutta la vita ha dovuto lottare contro l’ironia beffarda del destino che poneva tra lei e gli uomini un muro invalicabile d’incomprensione. Questi racconti dialoganti con il destino rappresentano anche la giusta maniera per affrontare la storia, spesso reticente, e per affrontare le incognite del Mito, di cui queste quattro donne sono esempi paradigmatici, sono la chiave che apre le porte dell’invisibile, dell’indicibile che deve essere detto a tutti i costi. Questi quattro racconti con il loro prologo ed il loro epilogo parlano dell’inevitabile abbraccio della morte che si è manifestata quando quelle eroine ancora credevano d’essere felici, quando erano bellissime, quando non conoscevano ancora quello che sarebbero diventate, quando ancora si illudevano. Margot ha avuto il suo battesimo di sangue e di morte nella notte nuziale di San Bartolomeo: lo racconta perfino nelle sue Memorie. Saffo è stata travolta dai flutti (del tempo o da quelli reali), Cassandra è stata sgozzata, Salomè è stata trafitta. La tentazione della morte, il fascino della morte si è impossessato del loro spirito prima ancora che si manifestasse. Hanno attraversato, come scrive Chicca Morone, le regioni dell’Aria (Cassandra), le regioni dell’Acqua (Saffo), le regioni del Fuoco (Salomè), le regioni della Terra (Margot), cioè le regioni della Vita che assomiglia alla morte e della Morte che assomiglia alla vita, le regioni dell’eterna trasformazione della materia, le dimensioni dell’interminabile metamorfosi delle forme, hanno percorsi i sentieri dell’Ade, sono diventate sotterranee, simili a statue bianche che si muovono nella nebbia della coscienza.

Portarle nella Scrittura e poi su un Palcoscenico, come Chicca Morone ha avuto il coraggio di fare, è come riportarle di nuovo nella vita quotidiana, sono diventate simili a noi, potremmo ora tranquillamente incontrarle per la strada o in un bar, non sono più sconosciute. L’abbiamo già detto: Cassandra, Saffo, Salomè, Margot ci appartengono, sono state anche straordinarie e raffinate attrici senza volerlo, un po’ commedianti ed un po’ donne veramente innamorate. Marcel Schwob  (1867-1905), uno scrittore eccentrico fin de siècle, quando scrisse le sue bellissime Vies Imaginaires risuscitò personaggi reali che sembravano immaginari e personaggi immaginari che sembravano reali, da Empedocle ad Erostrato, da Lucrezio a Paolo Uccello e molti altri. Non immaginava nemmeno, per una curiosa coincidenza storica e letteraria, che le sue Vite Immaginarie sarebbero state portate a teatro, in Italia, a Modena, nell’ottobre 1990, da Marco Tutino e Giuseppe Di Leva. Schwob mescolò le loro vite, mise insieme due cose opposte, il vero e l’immaginario, poiché non poteva separare i due estremi, poiché c’è una segreta simmetria tra quello che è stato veramente e quello che potrebbe essere stato, tra il visibile e l’invisibile, tra confessare e recitare. Romanzo e teatro si attraggono irresistibilmente. Questa è anche la strada percorsa da Chicca Morone per costringere quattro fantasmi a fare di nuovo il loro ingresso nella vita dopo aver provato l’esperienza della morte.

 
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